Nel silenzio che precede la parola, in seduta accade qualcosa di antico e nuovo insieme: due presenze si incontrano per fare spazio a ciò che non ha ancora trovato forma. Il paziente arriva con frammenti — immagini che ritornano, gesti che parlano prima della voce, ricordi che non si lasciano raccontare — e il terapeuta …
Nel silenzio che precede la parola, in seduta accade qualcosa di antico e nuovo insieme: due presenze si incontrano per fare spazio a ciò che non ha ancora trovato forma. Il paziente arriva con frammenti — immagini che ritornano, gesti che parlano prima della voce, ricordi che non si lasciano raccontare — e il terapeuta si dispone come luogo dove quei frammenti possono essere accolti senza fretta.
Qui la parola non è solo informazione: è un atto che pesa, misura e dà respiro a ciò che prima era agitazione interna.
Bion e il contenitore: ascoltare senza memoria né desiderio
«The purest form of listening is to listen without memory or desire.» — Wilfred Bion.
Bion ci regala l’immagine del contenitore: non un recipiente passivo, ma una mente che riceve le proiezioni emotive del paziente, le ‘digerisce’ e le restituisce trasformate in pensiero. Ascoltare senza memoria o desiderio significa sospendere la propria agenda, non cercare risposte immediate, non riempire il vuoto con spiegazioni precostituite. Significa permettere che l’angoscia perda parte della sua carica distruttiva e diventi materia pensabile.
In termini concreti, questo si traduce in una presenza che accoglie senza giudizio, che nomina con delicatezza ciò che emerge e che aiuta il paziente a tollerare sensazioni prima insopportabili. Il contenitore non elimina il dolore; lo contiene, lo rende meno caotico, lo trasforma in un materiale su cui lavorare insieme.
Winnicott e lo spazio del gioco: la creatività come cura
«It is in playing and only in playing that the individual child or adult is able to be creative and to use the whole personality, and it is only in being creative that the individual discovers the self.» — Donald W. Winnicott.
Winnicott parla dello spazio intermedio, quel luogo di gioco e creatività che si apre tra terapeuta e paziente. In seduta il gioco non è finzione: è il linguaggio attraverso cui si sperimentano nuove possibilità di essere. Quando terapeuta e paziente si permettono di esplorare immagini, metafore, sogni e piccoli atti simbolici, si crea una zona franca dove la creatività può ricucire parti separate dell’esperienza e restituire un senso meno minaccioso.
Il gioco in terapia è pratica di libertà. È il tentativo di provare, senza conseguenze definitive, modi diversi di sentire e di rispondere. È lì che il bambino interiore può riprendere la parola, che la voce che era stata messa a tacere trova un timbro nuovo, che la relazione si sperimenta come possibilità e non solo come ripetizione.
I piccoli spostamenti: come avviene il cambiamento
La seduta procede per piccoli spostamenti: una parola che si ripete, un sogno che ritorna, un gesto corporeo che si fa presente. Questi elementi sono indizi, tracce che il terapeuta segue con attenzione. Non si tratta di interpretazioni lampo, ma di mettere in relazione i frammenti, di restituire al paziente una mappa provvisoria che illumini dove prima c’era solo buio.
Quando una ripetizione perde il carattere di condanna e diventa indizio di significato, si apre una possibilità di scelta. Il gesto che prima sembrava inevitabile può essere visto come risposta a una ferita antica, e da quella comprensione nasce la possibilità di rispondere in modo diverso.
La pazienza come disciplina della cura
Il cambiamento autentico è lento perché richiede che la mente impari a tollerare il non-sapere, la frustrazione e la fatica del lavoro su di sé. La seduta è un laboratorio di pazienza: si impara a restare con ciò che pesa, a non fuggire, a trasformare la sofferenza in materiale creativo. È in questa pazienza che si apre la possibilità di una nuova libertà — la libertà di pensare la propria sofferenza e, da lì, di scegliere diversamente.
La pazienza non è rassegnazione; è disciplina della cura. È il riconoscere che la trasformazione richiede tempo e che ogni piccolo spostamento è un passo verso una maggiore integrazione.
Un allenamento alla relazione
In ultima istanza, ciò che avviene in seduta è un allenamento alla relazione. Il paziente sperimenta di essere ascoltato, contenuto e riconosciuto. Questa esperienza, ripetuta nel tempo, modifica il modo in cui si sta al mondo: la fiducia nelle proprie risorse cresce, la capacità di tollerare la frustrazione si amplia, la possibilità di scegliere si fa concreta.
La terapia non fornisce risposte pronte. Offre invece la possibilità di costruire risposte proprie, radicate in una comprensione che è insieme emotiva e pensante. È un lavoro che restituisce voce alle parti mute, senso alle ripetizioni e spazio al desiderio.
Entrare in seduta significa accettare di mettere la propria sofferenza sotto una luce diversa: non per cancellarla, ma per conoscerla, per trasformarla in materia viva. È un gesto di coraggio che apre la strada a una vita più autentica. Nel contenitore di Bion e nello spazio di gioco di Winnicott si trova la promessa che ciò che è stato frammento può diventare racconto, e che il racconto può restituire al sé la possibilità di scegliere.
Articolo a cura di:

Karen Marcante
Psicologa psicoterapeuta, iscritta all’Ordine degli Psicologi della Liguria dal 2006, si forma tra Torino e Genova, dove approfondisce la psicoterapia psicodinamica e il lavoro con i gruppi attraverso lo psicodramma analitico. Dopo la laurea in Psicologia Clinica e di Comunità all’Università di Torino, completa la specializzazione presso la Scuola di Psicoterapia Comparata (SPC) di Genova,...